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Scuola e Shoah. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario

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  "Questo non è un sanatorio. Questo è un Lager tedesco, si chiama Auschwitz, e non se ne esce che per il Camino. Se ti piace è così; se non ti piace, non hai che da andare a toccare il filo elettrico". Le parole scritte da Primo Levi quasi ottant'anni fa volevano essere una sorta di eredità da affidare a chi sarebbe venuto dopo quella pagina buia della storia. Ma siamo sicuri che il suo messaggio sia stato tramandato nel modo giusto alle generazioni future? Uno sterminio che ha riguardato 6 milioni di ebrei, 200mila zingari e 250mila disabili, che da troppe parti si vorrebbe negare. Proprio nei giorni in cui si celebra la Giornata della Memoria, arriva l'episodio di Mondovì: la scritta "Juden hier" ("Qui c'è un ebreo") compare -come avveniva nelle città tedesche durante il nazismo- sulla porta di un'abitazione, quella di Aldo Rolfi, figlio di Lidia, partigiana internata nel campo di concentramento di Ravensbruck. La scritta è apparsa dopo che Aldo è intervenuto su un giornale locale per ricordare sua madre.

  Al di là della palese ignoranza è uno dei molti segnali che ci dovrebbero fare alzare la voce per ricordare a tutti che essere antifascisti è il primo dovere della memoria che abbiamo. A Torino è successo di nuovo, come era già accaduto a Brescia, in molti altri luoghi in Italia e in Rete. Un'altra scritta: «Crepa sporca ebrea». La frase è spuntata su una parete dell'androne del palazzo della donna. «Bravate messe in atto per provocazione o per scherzo» secondo il 37,2% degli italiani, mentre per il 15,6% del campione intervistato da Eurispes nel Rapporto Italia 2020 la Shoah non è mai avvenuta. Dati allarmanti che dovrebbero far inorridire. Il negazionismo continua ad infangare la memoria di questa tragedia, tanto che per la maggioranza degli italiani -il 61,7%- i recenti episodi di antisemitismo sono casi isolati e non indice di un vero problema di odio razziale. E che dire, per restare sulla stretta attualità, di quel 42% degli studenti che non ha la minima idea di chi sia Liliana Segre, senatrice a vita ma soprattutto superstite della Shoah? Ciò che sembra mancare ai giovani, al di là dell'empatia, spesso è la conoscenza storica e l'informazione. Molti ragazzi sembrano ignorare le basi. Secondo uno studente su due, negli istituti l'argomento si tratta poco o male.

 Eppure l'antidoto al disprezzo deve venire proprio dalla scuola, il luogo più idoneo per raccontare l'orrore senza seminare odio; trasmettere alle nuove generazioni l'importanza della memoria è un obbligo morale dell'istituzione scolastica, per diffondere i valori contenuti nella Carta costituzionale e nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo, allo scopo di mantenere vigili le coscienze per impedire che la tragedia del nazi-fascismo e gli orrori delle deportazioni e dell'Olocausto possano ripetersi. «L'indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l'apatia morale di chi si volta dall'altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l'indifferenza» afferma Liliana Segre.

Proprio in questo momento storico, in cui gli ultimi superstiti dei campi di concentramento hanno più di 80 anni, e strampalate teorie cospirazioniste negano l'esistenza stessa della Shoah, è importante ricordare lo sterminio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti, un fenomeno reale e documentato, che avvenne nel cuore d'Europa in tempi neanche tanto lontani. Si deve fare a scuola, individuando un approccio che infonda consapevolezza: ecco l'importanza dello studio della storia che permette di far maturare nei giovani un'etica della responsabilità individuale e collettiva, dando un contributo alla promozione di una cittadinanza attiva e predisposta alla realizzazione di una pacifica convivenza.

 

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