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Dopo il voto sul Melonellum: la Costituzione, il Parlamento e il rischio di una Repubblica a chiamata diretta

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Intervista di Francesco La Rosa a Pietro Gurrieri, Avvocato, saggista e autore di "Repubblica a chiamata diretta. Premierato e deriva plebiscitaria"

Francesco La Rosa: Avvocato Gurrieri, la Camera ha respinto, con voto segreto, l'emendamento della maggioranza che avrebbe introdotto le preferenze nel disegno di legge Bignami. Molti hanno parlato di un semplice incidente parlamentare. Lei condivide questa lettura?

Pietro Gurrieri: No. Credo che quanto accaduto meriti una lettura assai più profonda. La bocciatura dell'emendamento non rappresenta soltanto una sconfitta numerica della maggioranza, ma il primo e netto arresto politico di un progetto che investe l'equilibrio della nostra forma di governo. Da molti mesi sostengo, nei miei interventi e nell'ultimo volume "Repubblica a chiamata diretta. Premierato e deriva plebiscitaria", che questa proposta di legge elettorale non possa essere considerata una semplice disciplina del sistema di voto. Essa costituisce, piuttosto, un tassello di un più ampio disegno di trasformazione costituzionale. Il voto di ieri assume perciò un significato emblematico. Esso dimostra che quel progetto incontra resistenze non soltanto nell'opposizione parlamentare e in una parte significativa della dottrina costituzionalistica, ma anche all'interno della stessa maggioranza che lo ha promosso. il Parlamento, almeno per un momento, ha riaffermato la propria autonomia. E non è un fatto secondario perché quando il Parlamento torna ad esercitare pienamente la propria funzione, riafferma ipso facto anche il principio fondamentale sul quale si regge la nostra Repubblica parlamentare: il Governo trae forza dalla fiducia delle Camere, non viceversa.

Francesco La Rosa: La Presidente del Consiglio ha parlato della necessità di un chiarimento politico interno, mentre Galeazzo Bignami ha assicurato che il percorso della riforma proseguirà. Quali scenari si aprono adesso

Pietro Gurrieri: È naturale che il Governo cerchi di ricondurre l'accaduto entro la fisiologia parlamentare. La politica, tuttavia, non vive soltanto di numeri ma anche di credibilità, di coesione e di autorevolezza. Quando una maggioranza viene battuta proprio sull'emendamento destinato a rispondere alla principale obiezione politica e costituzionale rivolta ad una propria proposta enfatizzata politicamente a tal punto da suggerire alla presidente del consiglio di farne l'oggetto di una sorta di questione di fiducia atecnica, è chiaro che venire meno non è semplicemente il sistema, peraltro illusorio e farlocco, delle preferenze. Si incrina la pretesa che quella riforma, nel suo insieme, rappresenti un punto di equilibrio condivisibile tra governabilità e rappresentanza. Il procedimento legislativo potrà proseguire ma proseguirà con una forza politica inevitabilmente ridimensionata. Le richieste di dimissioni formulate dalle opposizioni appartengono al terreno della dialettica politica e anche se una sconfitta parlamentare non determina automaticamente un obbligo di dimissioni del Governo, esse andrebbero prese sul serio, perchè il voto di ieri rivela una frattura politica seria proprio sulla legge destinata a disciplinare il futuro esercizio della sovranità popolare. È questo l'aspetto che dovrebbe maggiormente far riflettere.

Francesco La Rosa: Lei proprio ieri mattina, aveva definito l'emendamento sulle preferenze "il grande bluff". Alla luce del voto di ieri, quella valutazione resta immutata?

Pietro Gurrieri: Direi che esce rafforzata. L'emendamento nasceva per attenuare alcune delle critiche rivolte alla proposta. Ma non ne modificava il nucleo. Si prometteva agli elettori una ritrovata libertà di scelta che, nella realtà, sarebbe rimasta fortemente condizionata. Il capolista continuava infatti ad essere sostanzialmente sottratto al voto degli elettori, mentre le preferenze avrebbero riguardato soltanto i candidati collocati nelle posizioni successive. Questa soluzione avrebbe prodotto una duplice conseguenza: da un lato una competizione interna fortissima fra candidati appartenenti alla medesima lista, chiamati a contendersi un numero assai limitato di seggi realmente contendibili; dall'altro un inevitabile senso di frustrazione sia negli elettori sia negli stessi candidati, chiamati ad affrontare campagne elettorali impegnative pur sapendo che, nella grande maggioranza dei collegi, il solo seggio realisticamente conseguibile sarebbe rimasto quello già attribuito al capolista. In conclusione, non era un autentico ritorno alle preferenze, ma un sistema di preferenze sotto tutela. L'elettore avrebbe continuato a scegliere soltanto entro uno spazio previamente delimitato dalle segreterie dei partiti, e quello che io chiamo lo scettro della rappresentanza non sarebbe tornato nelle mani dei cittadini. Sarebbe rimasto, sostanzialmente, nelle mani delle organizzazioni politiche. Diverso sarebbe stato se fosse stato accolto l'emendamento presentato dal Movimento 5 Stelle che, eliminando l'indicazione del candidato premier, ridimensionando il premio di governabilità e soprattutto sopprimendo ogni tipo di blocco come quello dei capilista e universalizzando il sistema delle preferenze, avrebbe potuto veramente aprire alla Repubblica dei Cittadini.

Francesco La Rosa: Tuttavia l'emendamento del M5S è stato respinto, e stessa sorte è poi capitata quello della destra. Non viene meno, allora, una parte importante delle critiche che avevate formulato?

Pietro Gurrieri: È esattamente il contrario. L'emendamento  riguardava uno degli aspetti della proposta, ma non quello decisivo. Le questioni fondamentali restano tutte aperte: rimane il premio di maggioranza, rimane l'indicazione sulla scheda del candidato alla Presidenza del Consiglio, rimane una disciplina che incide profondamente sul rapporto fra Governo, Parlamento, Presidente della Repubblica e organi di garanzia. Ed è proprio qui che si colloca la mia critica. Una legge elettorale non è mai soltanto una tecnica di distribuzione dei seggi, ma un sistema che contribuisce a definire il concreto funzionamento della forma di governo. Per questa ragione ho sempre sostenuto che il dibattito sulle preferenze, pur importante, rischiasse di distogliere l'attenzione dalla vera questione costituzionale.

Francesco La Rosa: Lei sostiene da tempo che questa proposta di legge rappresenti il naturale completamento del progetto di premierato, cui ha dedicato il suo libro. Che cosa intende esattamente?

Pietro Gurrieri: Nel mio volume ho cercato di sviluppare una riflessione che oggi mi pare ancora più attuale. Quando una revisione costituzionale incontra ostacoli politici, parlamentari o popolari, può emergere la tentazione di conseguire, almeno in parte, risultati analoghi attraverso strumenti di legislazione ordinaria. Naturalmente una legge elettorale non modifica formalmente la Costituzione. Può però incidere profondamente sul modo in cui quella Costituzione vive nella concreta esperienza istituzionale. È questa la ragione per la quale, nella migliore tradizione repubblicana, le leggi elettorali hanno sempre richiesto un confronto il più possibile ampio fra maggioranza e opposizione. Esse non disciplinano soltanto una competizione politica, ma definiscono le regole della democrazia. Ho sempre ritenuto che l'indicazione del candidato premier sulla scheda, il premio di maggioranza e l'intera architettura della proposta fossero idonei a rafforzare una dinamica di investitura personale del capo dell'esecutivo, con inevitabili riflessi sul ruolo del Parlamento e, indirettamente, sulle attribuzioni del Presidente della Repubblica. 

Francesco La Rosa: Nei suoi lavori lei mette in relazione autonomia differenziata, separazione delle carriere, premierato e legge elettorale. Perché?

Pietro Gurrieri: Perché non ho mai letto queste riforme come episodi autonomi. Ho cercato di comprenderle come manifestazioni diverse di una medesima idea del potere. Un'idea che tende progressivamente a spostare il baricentro della Repubblica dal pluralismo costituzionale verso una sempre maggiore concentrazione dell'indirizzo politico. L'autonomia differenziata interrogava l'unità della Repubblica e l'eguaglianza sostanziale dei cittadini. La separazione delle carriere investiva l'equilibrio costituzionale della giurisdizione. Il premierato incide sul rapporto fra Governo, Parlamento e Presidente della Repubblica. Ed è questa continuità che ho cercato di ricostruire nei miei studi, non per alimentare una polemica politica, ma perché la Costituzione è un organismo unitario, e alterarne progressivamente gli equilibri significa modificarne, nel tempo, la fisionomia complessiva.

Francesco La Rosa: Dopo quanto accaduto ieri, quale dovrebbe essere, a suo giudizio, il metodo corretto per affrontare una riforma di questa portata?

Pietro Gurrieri: Credo che il Parlamento abbia inviato un messaggio che sarebbe un errore sottovalutare. Le leggi elettorali non possono essere considerate patrimonio della maggioranza del momento, ma appartengono alla Repubblica e, per questo motivo, dovrebbero sempre ricercare il più ampio consenso possibile. Il Parlamento, del resto, non è il problema della democrazia italiana, ma il primo soggetto chiamato a difenderla dalla propria progressiva marginalizzazione. Ed è forse questa la lezione più importante che il voto di ieri ci consegna. Ora, vorrei concludere con un pensiero personale. Ieri ci ha lasciati il professor Franco Cazzola, uno dei più autorevoli studiosi italiani di scienza politica. Le sue ricerche ci hanno insegnato che una legge elettorale non è mai una semplice formula matematica, ma determina la qualità della rappresentanza, modella il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni e contribuisce a definire il volto concreto della nostra democrazia. In lui, che peraltro seguiva Norberto Bobbio, della democrazia sostanziale aggiungerei, era profondamente innamorato. Oggi Franco sarà ricordato in Senato, da ciò che mi risulta. Credo che il modo migliore per onorarne la memoria sia continuare a discutere di queste riforme con rigore scientifico, senza pregiudizi ideologici ma anche senza indulgere alla tentazione di piegare le regole fondamentali della convivenza democratica alle esigenze contingenti della politica. Perché la Costituzione non appartiene alla maggioranza, né all'opposizione, ma alla Repubblica. E appartiene, soprattutto, alle generazioni che verranno.

 

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