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In memoria di Franco Cazzola

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Franco Cazzola se n'è andato stanotte. E io non so davvero quanti modi esistano per dire addio. So soltanto che alcuni uomini, quando se ne vanno, lasciano un vuoto che non appartiene soltanto a chi li ha conosciuti e amati, ma a un'intera comunità civile. Questa notte non è scomparso soltanto uno dei più grandi politologi italiani degli ultimi cinquant'anni. Se n'è andato un Maestro, un amico, un uomo di straordinaria integrità, una di quelle rarissime persone che attraversano il proprio tempo senza compromessi e che, proprio per questo, finiscono per cambiarlo.

Prima dei suoi studi, in Italia la corruzione era quasi un tema senza nome. Franco Cazzola ebbe il coraggio intellettuale di guardarla negli occhi quando molti preferivano distogliere lo sguardo, trasformandola in oggetto di analisi scientifica con ricerche pionieristiche che hanno aperto una strada destinata a segnare la scienza politica italiana.

Lasciò la sua Torino per raggiungere Catania, dove assunse la cattedra di Scienza della politica. Non fu una scelta casuale. Erano gli anni in cui la mafia sparava nelle strade e continuava a esercitare il proprio dominio sulla vita pubblica. Franco comprese che proprio la Sicilia rappresentava uno dei luoghi nei quali il sapere non poteva limitarsi a osservare la realtà, ma doveva assumersi la responsabilità di comprenderla per contribuire a cambiarla. Per lui Catania e la Sicilia erano terra di frontiera. Per questo, la sua ricerca non fu mai separata dall'impegno civile e politico, perché per lui la conoscenza non era mai un esercizio accademico, ma una forma alta di responsabilità verso la democrazia.

Quando Enzo Bianco, alla fine degli anni Ottanta, lo chiamò a ricoprire l'incarico di assessore alla cultura e alla trasparenza, Franco mise quella stessa competenza al servizio delle istituzioni, contribuendo a scrivere regole innovative che sarebbero poi diventate un modello ben oltre i confini della Sicilia, e del Paese. Franco, pur non essendo un giurista, capì che, per proteggere i principi costituzionali di buon andamento e imparzialità, non occorressero solo buoni amministratori, ma amministratori che, nell'esercizio delle proprie funzioni non godessero di una discrezionalità sconfinata, e quindi si adoperò per limitarla in modo che il potere amministrativo non travalicasse nell'arbitrio. Ma poi comprese che non bastava affidarsi al virtuosismo dei singoli e che si rendevano necessari soggetti collettivi. Partecipò così alla nascita di Avviso Pubblico, fu sempre al fianco di Libera nella lotta contro le mafie e, conclusasi l'esperienza della primavera catanese, raggiunse Firenze per raccogliere un'eredità prestigiosa, succedendo sulla cattedra che era stata di Giovanni Sartori. Anche lì continuò a servire le istituzioni, ricoprendo per alcuni anni l'incarico di assessore regionale alla cultura.

Negli ultimi anni aveva scelto il ritmo più lento della campagna toscana, senza mai smettere di osservare con lucidità il nostro Paese. San Gimignano era diventata il luogo del suo cuore, insieme agli affetti più profondi: la moglie Sabrina e la figlia Alessandra. È lì che ebbi la fortuna di incontrarlo più volte, nel 2024, nell'estate del 2025 e poi ancora nell'aprile scorso. Gli portavo i miei libri, l'ultimo l'ho dedicato proprio a lui perché senza la sua guida non avrei mai potuto nemmeno concepirlo, e lui mi parlava dei suoi progetti. Ce n'era uno, in particolare che gli stava a cuore, e chissà che un giorno non possa essere ripreso. Una cosa è certa: nonostante la sua età e i suoi problemi di salute Franco avrebbe voluto dare ancora un contributo non a una carriera accademica in cui aveva conseguito tutto, ma al Paese. E ogni conversazione con lui lasciava in me la sensazione di aver ricevuto un dono.

Chiunque abbia avuto il privilegio di sedersi accanto a Franco Cazzola o semplicemente di scambiare poche parole con lui non incontrava soltanto un intellettuale di eccezionale spessore, dalla memoria prodigiosa e dalla curiosità mai spenta. Incontrava un uomo capace di ascoltare, di consigliare, se necessario di ironizzare, di trasmettere con naturalezza ciò che oggi appare quasi rivoluzionario: il primato della coscienza su ogni convenienza. La sua forza non consisteva soltanto nel dire ciò che riteneva giusto, ma nel saper dire di no quando quel no avrebbe potuto costargli tutto. Non gli interessava il potere; gli interessava poter continuare a guardarsi allo specchio senza dover abbassare gli occhi.

Sono profondamente fiero di aver condiviso con lui gli anni successivi alla mia laurea, quando, da giovane studioso di discipline politologiche, ebbi il privilegio di lavorare al suo fianco, senza immaginare che di lì a poco la mia vita avrebbe preso la strada del diritto e dell'avvocatura. Se oggi considero la ricerca un esercizio di libertà e non di conformismo, lo devo anche al suo esempio. Ci sono maestri che insegnano una disciplina. Franco Cazzola insegnava un modo di stare al mondo.

Ci lascia libri destinati a rimanere, istituzioni che portano ancora la sua impronta, generazioni di allievi e studiosi formati alla scuola del rigore. Ma soprattutto ci lascia qualcosa che nessuna bibliografia potrà mai registrare: l'esempio luminoso di un uomo che ha saputo unire intelligenza e rettitudine, sapere e coraggio, passione civile e umanità.

È questa, forse, la forma più alta dell'eredità che un maestro possa consegnare al futuro. Ed è per questo che il suo nome continuerà a vivere ben oltre il tempo della memoria, nelle idee che ha seminato, nelle coscienze che ha formato e nell'affetto di quanti hanno avuto il privilegio di incrociare il suo cammino.

Ciao, Franco. Ciao, Professore. È stato un immenso privilegio poterTi chiamare Maestro.

 

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