Di Piero Gurrieri su Martedì, 28 Luglio 2026
Categoria: Editoriali

Le preferenze di cartapesta e l'attacco alla Costituzione

La riforma elettorale della destra è approdata in Senato, portandosi dietro la singolare ferita lasciata dal voto della Camera, dove l'emendamento sulle preferenze è stato respinto per un solo voto, nonostante il parere favorevole del Governo e l'adesione ufficialmente annunciata, per esser subito disattesa nel segreto dell'urna, dai partiti della maggioranza. È dunque possibile che la questione venga riproposta a Palazzo Madama, trasformando ancora una volta come in un gioco di prestigio una tecnica di selezione dei candidati nel quid apparente di una discussione che riguarda, in realtà, qualcosa di assai più vasto, ma di celato: la distribuzione reale del potere nella Repubblica. 

Non occorre essere contrari alle preferenze per riconoscere che quelle delle quali si discute sono preferenze nominali, costruite in modo da conservare nelle mani dei partiti una porzione decisiva dei parlamentari e, al tempo stesso, da offrire agli elettori l'impressione di aver recuperato, per gentile concessione dei potenti, la libertà che era stata loro sottratta da altri potenti. L'emendamento bocciato alla Camera prevedeva, infatti, elenchi di sette candidati nei quali il primo sarebbe rimasto bloccato, mentre la scelta dell'elettore avrebbe potuto esercitarsi soltanto sui nomi successivi; inoltre, i candidati destinati a beneficiare del premio sarebbero confluiti in listini circoscrizionali secondo un meccanismo capace, nella componente rilevante ai fini della costruzione della maggioranza parlamentare, di attenuare nuovamente l'effetto delle preferenze. Non, quindi, una restituzione piena del potere di scelta, ma una sua concessione apparente, in misura compatibile con la permanenza di un sistema fondato sul carattere determinante della collocazione stabilita dagli apparati.

È questo il primo equivoco da sciogliere. La preferenza non una panacea, non possiede una qualità virtuosa per sè stessa, indipendentemente dal sistema nel quale viene inserita; come il Giano bifronte, può rafforzare il rapporto tra rappresentante e rappresentato, ma può anche ridursi a un costrutto inutile e contraddittorio nella misura in cui i sistemi di formazione delle liste, il privilegio riconosciuto ai capilista, le candidature multiple e i meccanismi di attribuzione del premio mantengano intatta la supremazia degli apparati. In quel caso, infatti, l'elettore non sceglie chi debba rappresentarlo, come vorrebbero far credere le sirene della propaganda: viene semplicemente autorizzato a incidere - per ragioni di calcolo e interesse, come di dirà - su una parte, ben circoscritta, della scelta compiuta da altri.

Definire tutto questo un ritorno delle preferenze significa, pertanto, attribuire indebitamente a un sistema consimile una funzione taumaturgica che esso non ha, nè può avere. Le preferenze non cancellano il potere di predisporre gli elenchi, non rendono contendibili i posti protetti, non eliminano la quota di parlamentari chiamati ad accomodarsi in Parlamento grazie solo al premio, non ricostruiscono da sole quel rapporto politico tra territorio, rappresentanza e responsabilità che le liste bloccate hanno progressivamente consumato. Finiscono piuttosto per somigliare a una finestra aperta in una stanza della quale tutto è stato deciso: le dimensioni, le porte, e financo l'arredamento.

Eppure è proprio intorno a questa finestra che si sta consumando il conflitto nella maggioranza. Agli alleati più esitanti viene prospettato il rischio che l'assenza delle preferenze esponga la legge a una futura censura della Corte costituzionale, quasi che l'emendamento rappresenti una sorta di assicurazione preventiva contro la Consulta, che fa ridere solo a pensarlo. E mentre si invoca la Costituzione per costringere gli alleati ad accettare una disciplina delle preferenze che non restituisce agli elettori quasi nulla, si persegue un disegno che, pur senza modificare formalmente la forma di governo scelta dai Costituenti, tende a trasformarla radicalmente, dato che la proposta obbliga le liste e le coalizioni a indicare preventivamente il nome della persona che intendono proporre al Presidente della Repubblica per la guida del Governo, arrivando a collegare a tale indicazione persino l'ammissibilità della lista; e a ciò si aggiunge un premio destinato a costruire, attraverso la legge elettorale, una maggioranza già politicamente vincolata al candidato presentato agli elettori come capo dell'Esecutivo. 

Naturalmente, nessuna legge ordinaria potrebbe cancellare il potere di nomina attribuito al Capo dello Stato dall'art. 92 della Carta. Ma sarebbe ingenuo ritenere che il diritto costituzionale si esaurisca nelle formule scritte, senza considerare gli automatismi politici che una legge può produrre e la forza normativa che tali automatismi finiscono per acquistare nella prassi. Se agli elettori è presentato un candidato alla Presidenza del Consiglio in un sistema che subordina l'accesso alla competizione alla sua indicazione, la successiva nomina del Presidente della Repubblica rischierebbe di essere rappresentata come mera ratifica di una designazione compiuta dall'espressione del corpo elettorale.

È qui che la riforma cessa di essere tecnica elettorale, in quanto punta a modificare la forma di governo surrettiziamente, mediante ciò che essa è, una fonte ordinaria. Il risultato è un premierato per presupposizione. Il Capo dello Stato non viene privato delle proprie attribuzioni, ma viene collocato dinanzi a un fatto politico irreversibile; il Parlamento non viene formalmente subordinato al Governo, ma nasce sotto il segno di una maggioranza premiata in quanto associata a un capo; i parlamentari continuano a rappresentare la Nazione senza vincolo di mandato, ma vengono eletti dentro un meccanismo che tende a farli apparire come la proiezione quasi proprietaria del vincitore. 

Ironia della sorte, tutto questo viene giustificato in nome della stabilità. Il sacrificio della rappresentanza, la rigidità della competizione coalizionale, la personalizzazione preventiva della guida del Governo e la pressione esercitata sul ruolo presidenziale sarebbero il prezzo da pagare per conoscere, la sera delle elezioni, chi governerà il Paese. Ma anche in questo caso, di null'altro si tratta se non di un gioco di prestigio, perchè neppure questa promessa sembra davvero garantita. 

Il testo approvato dalla Camera prevede un premio soltanto qualora una lista o coalizione raggiunga almeno il 42 per cento in entrambe le Camere; ma se la soglia non è integrata o se Camera e Senato restituiscono vincitori diversi, il premio non scatta e la distribuzione resta proporzionale. Il sistema presentato come rimedio all'incertezza non garantisce pertanto alcuna maggioranza precostituita..A ciò si aggiunge la questione, segnalata adesso anche da Gianluca Passarelli, del calcolo dei voti delle coalizioni e dell'esclusione di alcune liste sotto soglia. Incredibilmente - come anche chi scrive ebbe modo di segnalare alcune settimane fa ricorrendo ad alcune simulazioni - potrebbe accadere che la coalizione che ha ottenuto complessivamente più voti risulti seconda ai fini del premio, perché una quota maggiore dei propri consensi viene sottratta dal conteggi. È il paradosso di una ingegneria elettorale che finisce per separare il vincitore giuridico dal vincitore politico.

La stabilità promessa si rivela così doppiamente fragile. Potrebbe non nascere alcuna maggioranza, perché nessuno raggiunge la soglia o perché i risultati delle due Camere divergono; oppure potrebbe nascere una maggioranza la cui legittimazione venga subito contestata in quanto non legata al consenso espresso nel Paese. Sarebbero i prodromi dell'implosione del sistema.

È qui che le preferenze mostrano definitivamente il loro carattere di cartapesta. Sono chiamate a legittimare artificiosamente una riforma nata per ridurre gli spazi della decisione democratica; sono presentate come argine alla partitocrazia mentre lasciano protetti i luoghi nei quali il potere delle segreterie è più intenso; sono invocate per scongiurare la Corte costituzionale mentre il sistema che ne scaturisce demolisce i rapporti tra Governo, Parlamento e Presidente della Repubblica; promettono di avvicinare l'eletto all'elettore, ma operano dentro una costruzione che pone il Parlamento nelle mani del capo della coalizione vincente.

Non vi sarebbe nulla di improprio nel discutere apertamente una trasformazione della forma di governo. La Costituzione contiene gli strumenti per farlo, impone maggioranze, tempi, letture successive, possibilità di referendum e un confronto pubblico proporzionato alla rilevanza della scelta. Ciò che appare meno accettabile è tentare di ottenere per via elettorale una parte sostanziale di quella trasformazione, sottraendola alle garanzie della revisione costituzionale, per poi concentrare il dibattito sulle preferenze come se il problema decisivo fosse stabilire quale nome l'elettore possa segnare accanto a una lista. E forse è proprio questa la nota più amara dell'intera vicenda: mentre si proclama di voler restituire agli elettori la scelta dei parlamentari, si sta chiedendo loro di legittimare un meccanismo che riduce il peso del Parlamento, irrigidisce il circuito di governo e mette il Capo dello Stato dinanzi a una decisione che per alcuni risulterà già presa.

Ecco perchè bisogna dire di no. Perchè una democrazia non si misura dal numero di nomi che si possono segnare (senza nemmeno poter essere scritti) sulla scheda, ma dal potere reale che quella scheda lascia nelle mani degli elettori e dalla libertà che conserva negli organi chiamati, secondo Costituzione, a trasformare il voto in realtà di governo senza trasformare chi quel governo presiede nel padrone del Paese, e la Costituzione in un suo ostaggio.