L'emendamento sulle preferenze presentato da Fratelli d'Italia, Noi Moderati e Udc non risolve, nonostante quanto si intenda far credere, le contraddizioni del disegno di legge Bignami, il cosiddetto Melonellum, trasferendole piuttosto all'interno delle liste, con la costruzione di un sistema nel quale la libertà di scelta dell'elettore è proclamata ma in realtà subordinata all'occupazione del primo posto in lista.
Il quadro risultante dopo l'emendamento sembra ormai chiaro. In ciascun collegio plurinominale ogni lista sarebbe composta da sette candidati; il capolista resterebbe bloccato, mentre sugli altri sei l'elettore potrebbe esprimere fino a tre preferenze, nel rispetto dell'alternanza di genere. Nell'assegnazione dei seggi, tuttavia, il capolista precederebbe sempre i candidati ordinati secondo i voti individuali. Se alla lista spettasse un solo seggio, sarebbe dunque eletto esclusivamente il capolista; la competizione diverrebbe effettiva soltanto a partire dal secondo seggio, e qui opererebbe la discriminante delle preferenze.
È precisamente questo il dato che impedisce di presentare l'emendamento come una restituzione dello scettro al principe, secondo la nota espressione di Gianfranco Pasquino. Lo scettro rimarrebbe ben saldo nelle mani delle segreterie dei partiti, data la scelta dei capilista che alle stesse competerebbe; la sovranità del corpo elettorale comincerebbe a farsi strada, invece, soltanto dopo che le burocrazie centrali abbiano soddisfatto le proprie priorità.
Il carattere ambiguo del modello emerge soprattutto nei collegi nei quali una lista possa realisticamente aspirare a uno o a due seggi. Ed è questa la condizione più ricorrente e "ordinaria". Quando il secondo seggio sia concretamente raggiungibile, la presenza di appena sei candidati sottoposti alle preferenze condurrebbe a una competizione particolarmente intensa, dato che il suo oggetto sarebbe la conquista dell'unico posto libero - il secondo seggio eventualmente spettante - capace di condurre direttamente in Parlamento. Paradossalmente, la contesa non si svolgerebbe anzitutto contro o nei confronti delle altre forze politiche, ma tra candidati della medesima lista, chiamati a contendersi la stessa porzione di elettorato, le stesse reti territoriali e spesso gli stessi gruppi organizzati. Ne deriverebbe una fortissima personalizzazione intrapartitica del consenso, accompagnata dal rischio di quella che chiamerei imprenditorializzazione della preferenza: costruzione di strutture personali, mobilitazione di risorse economiche e relazionali, ricerca di pacchetti di voto, moltiplicazione di accordi locali e progressivo spostamento della competizione dal confronto tra programmi alla capacità individuale di organizzare consenso. Una dinamica generalizzabile ma tanto più intensa quanto minore è il numero dei candidati e più immediata la posta in gioco premiale: un solo posto, assegnato al più votato dopo il capolista.
Con ciò non si intende, ovviamente, sostenere che le preferenze siano, in sè, un male, tutt'altro. Un sistema elettorale che contempli le preferenze non solo potrebbe restituire lo scettro al popolo, che secondo la Costituzione detiene la sovranità, ma potrebbe altresì restituire riconoscibilità alla rappresentanza e responsabilizzare l'eletto dinanzi ai territori. Ma nessun istituto elettorale può essere valutato isolatamente dall'ambiente nel quale viene collocato. Inserite in liste brevissime, dopo un capolista designato e per questo sottratto alla competizione e all'interno di collegi nei quali il secondo seggio rappresenta spesso l'unico spazio disponibile, esse rischiano di trasformarsi da strumento di partecipazione in moltiplicatore della concorrenza personale, nella migliore delle ipotesi. Perché in territori condizionati dalla criminalità organizzata, dalle mafie un sistema così concepito potrebbe degenerare in fenomeni del resto ampiamente sperimentati in passato.
Quanto sopra nell'ipotesi che il secondo seggio sia seriamente contendibile, quando non certo. Ancora più problematica è l'ipotesi opposta: quella nella quale il secondo seggio sia soltanto teorico, molto incerto o, alla luce dei rapporti di forza, sostanzialmente irraggiungibile. In questo caso i candidati non capilista sarebbero chiamati a sostenere una campagna impegnativa, esponendosi personalmente, mobilitando relazioni e raccogliendo preferenze, pur sapendo che l'unico seggio realisticamente spettante alla lista è già riservato al capolista. La loro candidatura assumerebbe allora una funzione prevalentemente ancillare: ad essi non sarebbe chiesto di concorrere realmente all'elezione, ma solo di ampliare il consenso complessivo della lista e assicurare l'elezione di chi è stato prescelto a monte. Si formerebbe così una categoria di candidati-raccoglitori, utili alla lista ma difficilmente eleggibili; chiamati a portare voti, ma collocati dentro una competizione strutturalmente pregiudicata dalla preventiva assegnazione dell'unico posto disponibile. Non sarebbe soltanto una lotteria elettorale, perché nella lotteria almeno tutti partecipano formalmente alla medesima estrazione, giocandosi le medesime chances. Qui, invece, il primo premio sarebbe già attribuito e la competizione riguarderebbe un premio ulteriore la cui stessa esistenza dipenderebbe dal risultato complessivo della lista. Circostanza, questa, che spiega alla perfezione le ritrosie delle formazioni politiche minori della maggioranza che sostiene il governo, dalla Lega a Forza Italia, quando esponenti del partito della premier provano a blandirli assumendo che comunque potrebbero mandare in Parlamento i loro beniamini. Ma trascurando totalmente due elementi: che obiettivamente i partiti costretti dalle loro dimensioni di consenso a presentare per lo più liste con un unico eleggibile sono meno attrattivi dei grandi; e che i candidati che sanno che per quanto si sbraccino non riusciranno ad essere eletti saranno ovviamente indotti a progettare e gestire campagne elettorali minimali o poco più che minimali. Circostanze destinate dunque a ripercuotersi sulla misura della distribuzione del consenso tra le forze politiche anche all'interno delle coalizioni.
Non solo, ma ci sono altri elementi aggiuntivi da considerare. La conseguenza politica potrebbe essere una frattura profonda tra centro e territori. Le direzioni nazionali selezionerebbero i capilista e garantirebbero l'elezione delle personalità ritenute indispensabili; la base locale, gli amministratori, i dirigenti territoriali e le figure socialmente rappresentative sarebbero invece chiamati a sostenere una competizione fortemente condizionata dalla scarsità dei seggi contendibili. Come detto, il centro finirebbe per utilizzare il radicamento territoriale degli altri candidati per accrescere il risultato della lista e assicurare il posto al capolista, senza offrire loro una possibilità elettiva proporzionata all'impegno richiesto. Da qui un inevitabile problema di lealtà politica interna: la partecipazione verrebbe invocata come strumento di mobilitazione, ma non pienamente riconosciuta come criterio di selezione della classe parlamentare. Il modello produrrebbe inoltre due differenti fonti di legittimazione dentro il medesimo gruppo parlamentare. Da una parte gli eletti garantiti dalla posizione di lista, scelti dagli organi centrali e non sottoposti a confronto; dall'altra gli eletti che abbiano dovuto costruire sul territorio la propria cifra individuale. I primi risponderebbero prevalentemente al vertice che li ha collocati; i secondi alle reti di consenso che ne hanno determinato l'elezione. Non è difficile prevedere come questa divaricazione possa incidere sulla coesione interna dei partiti e sul rapporto tra disciplina politica e autonomia del parlamentare. La possibilità, prevista dall'emendamento, di candidarsi fino a cinque volte aggrava ulteriormente il quadro. La pluricandidatura del capolista permetterebbe alle segreterie di proteggere le personalità nazionali in più territori, mentre i candidati sottoposti alle preferenze resterebbero radicati nella competizione locale. Anche il criterio destinato a individuare il collegio di proclamazione non elimina la disparità originaria: alcuni candidati disporrebbero di una garanzia distribuita su cinque collegi; altri di una sola possibilità affidata alla raccolta personale del consenso.
L'emendamento, dunque, è ben meno di quanto spacciato dalla propaganda: è una liberalizzazione condizionata della rappresentanza, per di più malconcepita perché ad usum delphini. Peraltro, sarebbe un errore concentrare su questo profilo l'intero giudizio sul disegno Bignami. La nuova disciplina delle candidature, per quanto criticabile, non incide sull'asse della proposta: l'utilizzazione della legge elettorale come strumento di trasformazione materiale della forma di governo. Restano il premio, la prefigurazione elettorale della maggioranza di governo, il collegamento politico tra liste e vertice dell'esecutivo, la tendenza a caricare il voto di una funzione ulteriore rispetto all'elezione del Parlamento. Le modifiche intervenute nel corso dell'esame - dall'eliminazione del ballottaggio all'innalzamento della soglia hanno attenuato i punti maggiormente esposti a una censura della Corte costituzionale, ma non hanno rimosso la matrice del progetto: spostare la legittimazione politica verso il momento elettorale e trasformare il Parlamento da luogo di formazione dell'indirizzo in sede di conferma di una maggioranza preventivamente costruita.
Per questa ragione anche l'emendamento sulle preferenze merita un giudizio negativo. Non soltanto perché crea un sistema intrinsecamente asimmetrico tra capilista protetti e candidati competitivi, ma perché offre una veste partecipativa a una riforma che continua a perseguire obiettivi estranei alla fisiologia di una legge elettorale. La possibilità di scegliere alcuni candidati non compensa la trasformazione della funzione costituzionale del voto né neutralizza la compressione materiale degli equilibri tra Governo, Parlamento e Presidente della Repubblica. Su questo terreno la proposta emendativa del Movimento 5 Stelle individua due nodi effettivi. L'eliminazione dell'indicazione espressa del candidato alla Presidenza del Consiglio mira a impedire che il voto parlamentare venga rappresentato come investitura diretta dell'esecutivo e che la prerogativa presidenziale di cui all'art. 92 sia formalmente conservata ma politicamente svuotata. La soppressione dei capilista bloccati, accompagnata da un sistema integralmente fondato sulle preferenze, elimina invece la distinzione tra candidati garantiti e candidati chiamati soltanto a contendersi gli spazi residuali.
Non si tratta di ritenere che le preferenze risolvano ogni problema. Esse richiedono limiti rigorosi alle spese, trasparenza delle campagne, controlli effettivi e strumenti capaci di impedire degenerazioni clientelari. Ma almeno ricompongono la responsabilità della scelta: chi chiede il consenso deve sottoporsi al medesimo giudizio degli altri candidati, senza godere di una posizione elettiva sottratta alla competizione. Il punto conclusivo è allora chiaro. Una riforma elettorale giusta non può limitarsi a offrire all'elettore una libertà residuale, dopo che le segreterie abbiano già occupato la prima e spesso unica posizione utile. Né può utilizzare quella libertà come copertura democratica di una trasformazione più profonda della forma di governo.
Restituire lo scettro al principe significa consentire al corpo elettorale di scegliere realmente i propri rappresentanti. Significa, soprattutto, preservare la distinzione costituzionale tra elezione del Parlamento e formazione del Governo, evitando che una legge ordinaria realizzi surrettiziamente ciò che il premierato avrebbe dovuto perseguire attraverso le garanzie dell'art. 138. Mentre l'emendamento della destra non sana il Bignami ma ne rende soltanto più sofisticata l'ambiguità. E non è la restituzione dello scettro, concretizzando invece una partecipazione sotto tutela.